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5 luglio 2026

1968, l'anno in cui i morti si alzarono due volte

Nel 1968 George A. Romero porta nelle sale La notte dei morti viventi, e da quel momento qualcosa nel modo in cui raccontiamo la paura non torna più indietro. Ma nello stesso identico anno, mentre sullo schermo i cadaveri imparano a camminare, dall’altra parte del mondo c’è già un mattatoio vero, e non ha bisogno di finzione per funzionare. Si chiama Vietnam. Da questa coincidenza, che sia voluta o no poco importa, nasce ‘68, il fumetto scritto da Mark Kidwell, disegnato da Nat Jones e colorato da Jay Fotos, pubblicato da Image Comics.

L’idea, sulla carta, sembra la solita formula del “aggiungiamoci gli zombie”. Prendi un contesto storico, ci butti dentro i morti che camminano, incassi. Solo che qui succede una cosa diversa, e vale la pena capirla.

Quando l’apocalisse arriva dove si moriva già

Il grande cliché del racconto zombie è la corsa iniziale, la gente comune che scopre l’orrore e deve improvvisare, cercare un’arma, barricarsi in una casa. Pensa a The Walking Dead, che in fondo non parla di zombie ma di persone qualunque costrette a diventare qualcos’altro per restare vive. È lo stesso terreno che ho scavato in Sopravvivere, dove la domanda non è mai stata come si abbatte un morto, ma cosa resta di un uomo dopo che ha fatto tutto il necessario per proteggere chi ama. ‘68 affronta la stessa materia da un’altra angolazione, e toglie di mezzo quella corsa iniziale. Qui i protagonisti sono già soldati, già armati fino ai denti, già immersi nella morte da mesi. Non c’è nessun ferramenta da saccheggiare in cerca di un’ascia. C’è chi la morte la dava e la riceveva ogni giorno, e a cui il mondo aggiunge soltanto un secondo nemico che non cade quando gli spari al petto.

È un cambio di prospettiva più sottile di quanto sembri. In un’apocalisse normale l’orrore è la novità. In ‘68 l’orrore è già di casa, e i morti che si rialzano non sono l’inizio dell’incubo ma la sua escalation. La domanda non è come sopravvivo a qualcosa di nuovo, è quanto ancora posso reggere di una cosa che conoscevo già.

Il gore come lingua, non come effetto

Poi c’è la carne, e qui bisogna essere sinceri. ‘68 non fa sconti. Nat Jones disegna un gore che gronda, con quel tratto un po’ sporco e non finito che invece di indebolirlo gli dà un sapore da grindhouse, da pellicola consumata. E sopra ci lavora Jay Fotos, il cui rosso è abbastanza acceso da rendere credibile ogni ferita e abbastanza cupo da non lasciarti mai dimenticare in che posto ti trovi. Lo splatter, qui, non è la ciliegina. È la lingua in cui il fumetto racconta la guerra.

La sequenza che resta più addosso non è nemmeno la più esplosiva. È quella del tunnel rat, il soldato che striscia da solo nei cunicoli scavati dai Viet Cong con una pistola e una torcia. Kidwell recupera un dettaglio storico vero, quello dei caduti sepolti dentro le pareti dei tunnel, e lo trasforma in incubo. Mani in decomposizione che escono dalla terra e afferrano nel buio. Non serve un’orda. Bastano quelle mani, e un uomo solo sottoterra.

Su un punto la critica si divide, e vale la pena dirlo. C’è chi trova che, tra un’esplosione e l’altra, il dramma umano resti a volte in secondo piano, sacrificato al ritmo forsennato dell’azione. È un rischio reale in questo tipo di racconto. Ma nelle sue prove migliori, come nel personaggio di Jungle Jim, quel becchino con la maschera antigas che si aggira nella giungla cercando una qualche forma di redenzione, ‘68 dimostra di sapere cosa sta facendo. Non è solo mattanza. È un uomo grigio, né eroe né mostro, che si muove in un mondo dove la linea tra i due si è cancellata da un pezzo.

Alla fine è questo che mi tiene attaccato alle sue pagine. Non i litri di sangue, che pure ci sono. È l’idea che l’orrore peggiore non arrivi dai morti, ma da quello che i vivi erano già disposti a farsi molto prima che i morti decidessero di rialzarsi.

E allora la domanda te la giro. Se l’apocalisse ci trovasse già nel mezzo di un inferno nostro, la riconosceremmo, o la scambieremmo per l’ennesimo giorno di guerra?

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