20 agosto 2026
Cell di Stephen King, la recensione: quando il nemico te lo tieni in tasca
Mentre scrivevo Sopravvivere mi sono fatto una domanda che chiunque scriva di zombie prima o poi si pone. Stephen King, che ha attraversato quasi ogni sottogenere dell’horror, ha mai scritto qualcosa di davvero vicino al mondo dei morti viventi? La risposta più prossima ha un titolo secco, quasi minimale, Cell. E siccome le domande che mi faccio finiscono sempre per trasformarsi in letture forzate, eccomi qui a raccontarvi cosa ho trovato.
Un impulso, e Boston si azzera
La premessa è quella che in tanti ricordano anche solo per sentito dire. Un segnale misterioso viaggia attraverso la rete dei cellulari e trasforma chiunque lo stia ascoltando in quel momento in una creatura mossa dal solo istinto omicida. Clay, il protagonista, si trova a Boston per lavoro, lontano dalla famiglia rimasta nel Maine, e da lì parte una fuga che è anche una corsa contro il tempo per scoprire se i suoi cari sono ancora vivi, o ancora umani. King non perde tempo a spiegare la genesi del fenomeno, lascia che il caos irrompa nella prima pagina e non se ne parli più fino a quando non è strettamente necessario. È una scelta che funziona, perché costringe il lettore a vivere l’apocalisse con lo stesso disorientamento dei personaggi.
Da Boston al Maine, un ritmo che non concede tregua
Quello che rende Cell una lettura che scorre in fretta non è la trama in sé, ma la struttura del viaggio. Clay si aggrega a Tom e Alice, poi ad altri superstiti incontrati lungo la strada, e ogni tappa del cammino verso il Maine porta un nuovo incontro, una nuova scoperta, un nuovo motivo per non fermarsi. King lavora con capitoli brevi e una tensione che si rinnova di continuo, e in questo è impossibile non riconoscergli mestiere. Non è un caso che, arrivati all’ultima pagina, ci si accorga di aver divorato il libro molto più in fretta di quanto la mole avrebbe fatto pensare.
I cellulati, da belve a collettivo
L’aspetto più interessante del romanzo, quello che lo differenzia da un semplice horror di sopravvivenza, è l’evoluzione dei colpiti dall’impulso. I cellulati non restano bestie affamate per tutto il libro. Nel corso della narrazione sviluppano una forma di organizzazione, un’intelligenza collettiva, capacità che sconfinano nel sovrannaturale. È qui che King smette di scrivere un romanzo sull’istinto puro e comincia a scrivere un romanzo sulla perdita di individualità, sul gregge che si forma quando l’uomo smette di pensare con la propria testa. E se penso a quanto tempo passiamo tutti con lo sguardo incollato a uno schermo, la metafora non ha bisogno di troppe spiegazioni. King l’ha scritta quasi vent’anni fa e ha ancora i denti.
L’omaggio che promette più di quanto mantenga
La quarta di copertina parla di un omaggio a Io sono leggenda di Richard Matheson e a La notte dei morti viventi di George Romero, e in effetti il debito dichiarato c’è, la dedica pure. Ma dichiarare un debito non significa saldarlo. Personalmente ho fatto fatica a ritrovare in Cell quella profondità che i due riferimenti promettevano, e avrei apprezzato, soprattutto nella fase iniziale, quando i cellulati sono ancora puro istinto e fame, qualche momento di sopravvivenza pura in più, di quelli in cui il pericolo si misura metro per metro. King preferisce accelerare verso lo sviluppo della mente alveare, e la scelta ha un prezzo.
Il nodo che nessuno scioglie davvero
C’è un altro punto su cui vale la pena soffermarsi, ed è quello su cui buona parte della critica, italiana e internazionale, converge con più insistenza. Il finale di Cell lascia sul tavolo diverse domande aperte, e non tutte per scelta narrativa dichiarata. Chi ha generato l’impulso e con quale scopo resta un’ombra che il romanzo non dirada del tutto, e più di un lettore, me compreso, chiude il libro con la sensazione di essere stato lasciato a metà del guado. È un rischio che King si prende spesso, la sua bibliografia è piena di finali che dividono, ma qui l’ambiguità pesa di più perché arriva dopo centinaia di pagine costruite sull’urgenza di una risposta che non arriverà mai davvero.
Considerazioni finali
Chi legge King da anni porta con sé un metro di paragone difficile da ignorare, ed è quello con L’ombra dello Scorpione, l’altro grande romanzo post apocalittico dell’autore. Il confronto non è generoso con Cell. Dove L’ombra dello Scorpione costruisce un mondo, una mitologia, un respiro epico che si guadagna ogni pagina delle sue mille e passa, Cell resta un romanzo più stretto, più nervoso, quasi claustrofobico nella sua urgenza. Non è un difetto in sé, sono due libri che rispondono a esigenze diverse, uno ottimista nella sua disperazione e l’altro cupo fino in fondo, ma se il paragone lo fai tu, lettore affezionato, e non io, il verdetto tende sempre a pendere dalla stessa parte.
Ai fan di King lo consiglio senza esitazione. C’è mestiere, c’è una premessa che ancora oggi non ha perso un grammo di attualità, c’è un ritmo che non lascia respirare. A chi si avvicina a King per la prima volta, o lo legge di rado, proporrei altro, perché Cell funziona meglio come un capitolo nella bibliografia più ampia di un autore che ha scritto ben altro, che come porta d’ingresso.
Chiudo con una domanda che mi porto dietro da quando ho finito l’ultima pagina. Se un giorno il telefono che tenete in mano smettesse di essere uno strumento e diventasse un innesco, quanto tempo passerebbe prima che ve ne accorgeste?
Se volete continuare il viaggio nella bibliografia di King, ho raccolto in un altro articolo i tre romanzi da cui partire, per chi si affaccia su questo autore o vuole rimetterci piede.
Cosa dicono i lettori