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16 luglio 2026

Perché le storie di zombie non parlano di zombie

C’è un momento, in ogni storia di sopravvivenza che vale qualcosa, in cui capisci che i mostri erano la parte facile. Gli infetti corrono, urlano, ti saltano addosso, e va bene, sono onesti nella loro semplicità. Vogliono mangiarti, tu vuoi non essere mangiato, il conflitto è chiuso. Poi lo sguardo si sposta sui vivi, su chi è rimasto, su chi ha ancora un piano e una ragione, e ti accorgi che la vera infezione non passa dal sangue. Passa dalle decisioni.

La minaccia che mi interessa non ha i denti

Lo zombie in sé mi dice poco. Come antagonista è quasi rassicurante, un problema con una forma chiara. Quello che mi tiene sveglio è l’altra cosa, il momento in cui una persona normale, una che al riparo dell’ordinario sarebbe stata una brava persona, si trova davanti a una scelta che nessuno le aveva mai chiesto di fare. Dividere l’ultima scatoletta o no. Aprire la porta a uno sconosciuto o no. Restare o andarsene mentre qualcuno chiama il tuo nome.

La catastrofe non rivela, costringe

È il fraintendimento più comune del genere, l’idea che il disastro tiri fuori l’eroe nascosto o il mostro latente, come se dentro di noi ci fosse già scritto chi diventeremo. Non funziona così. La catastrofe non rivela niente. Ti mette in una stanza dove ogni uscita ha un prezzo e ti guarda mentre paghi. E il punto vero, quello che l’horror sa raccontare meglio di qualsiasi altro genere, è che da quella stanza non esci pulito. Puoi avere ragione, puoi aver fatto la scelta giusta, l’unica possibile, e comunque qualcosa te lo porti addosso. Una macchia che non si vede ma che senti, ogni volta che ti giri a controllare chi hai lasciato indietro.

Il grigio è l’unico colore vero

I personaggi che amo scrivere e leggere sono quelli che restano lì in mezzo. Non l’eroe che si sacrifica sorridendo, non il carnefice che gode. La donna che ruba il cibo agli altri perché ha una figlia e la figlia viene prima, sempre, senza discussione, e che poi non riesce più a guardarsi allo specchio. L’uomo che uccide per proteggere e scopre che proteggere e uccidere, in certe notti, sono la stessa parola. Sono loro a dirmi qualcosa di vero, perché siamo tutti a un giorno di distanza dal diventare così, e lo sappiamo, e facciamo finta di no.

Quanto di te sei disposto a perdere

Quando ho scritto Sopravvivere, la domanda da cui non riuscivo a staccarmi non era come si sopravvive a un mondo che crolla. Era quanto di te sei disposto a perdere per restare vivo. Che cosa cancelli, di quello che eri, per portare in salvo qualcun altro. Non ho voluto un protagonista che ne uscisse limpido, perché non ci ho mai creduto, a quelli che ne escono limpidi. Non nella finzione, e nemmeno nella vita.

Nessuno resta pulito

Ecco perché una buona storia apocalittica non parla mai davvero di zombie. Sposta l’illuminazione di qualche grado e ci mostra l’ombra che avevamo sempre proiettato senza guardarla.

E allora resta lo specchio. Quello davanti al quale, finita l’emergenza, dovrai comunque tornare. La minaccia là fuori prima o poi si esaurisce. La faccia che ci troverai dentro, quella te la tieni.

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