29 settembre 2026
La Chiesa Rossa di San Zenone e il sangue di Ezzelino
Di solito, su questo blog, l’orrore lo vado a cercare lontano, tra le pagine dei libri e i fotogrammi dei film. Oggi no. Oggi ne ho trovato un pezzo a mezz’ora da casa, su una collina del Veneto, e la cosa peggiore è che questo non me lo sono inventato io.
A San Zenone degli Ezzelini, in provincia di Treviso, sul Colle Castellaro sorgeva il castello di Ezzelino da Romano, considerato il più importante di tutta la Marca Trevigiana per il suo tempo. Del maniero non resta quasi niente. Ma il sangue, da queste parti, ha continuato a riaffiorare per otto secoli, e ogni volta ha cambiato forma.
Un uomo che il sangue lo fece scorrere davvero
Ezzelino III da Romano non è una figura inventata per spaventare i bambini. È esistito, è morto nel 1259, e da vivo il soprannome di Terribile se l’era guadagnato con metodo. Signore ghibellino della Marca, alleato di Federico II, lasciò dietro di sé una tale scia di torture ed esecuzioni che papa Innocenzo IV lo scomunicò, e la crociata che lo avrebbe finito la portò a compimento Alessandro IV. Sconfitto a Cassano d’Adda nel settembre di quell’anno, ferito, catturato, si spense pochi giorni dopo nel castello di Soncino. Essendo scomunicato, lo seppellirono in terra non consacrata. Uno che non trovava requie nemmeno da morto.
L’agosto del 1260
Il peggio, però, viene dopo la sua morte. Caduto il tiranno, la Marca si rivoltò contro l’intera stirpe. Il fratello Alberico si rifugiò proprio qui, a San Zenone, nel castello che il padre aveva costruito e che Ezzelino aveva trasformato in fortezza inespugnabile. Resistette all’assedio per mesi, e alla fine non lo piegò la forza ma il tradimento. Un finto assalto, le mura consegnate al nemico, Alberico chiuso nella torre e arso dalla sete per tre giorni prima di arrendersi. Poi la strage. I figli uccisi uno alla volta, e lui costretto a guardare, con gli occhi tenuti aperti a forza. La moglie e le figlie arse vive. Lui trascinato dietro un cavallo finché non fu più niente. La famiglia più potente del suo tempo finì così, in un pomeriggio d’agosto, su questo colle. E i vincitori non si accontentarono di raderlo al suolo. Decretarono che su quel luogo nessuno potesse mai più né costruire né abitare. Un colle messo al bando, condannato a restare vuoto per sempre.
Il colle che non è rimasto vuoto
Secoli dopo il divieto, su quel terreno proibito è sorta comunque una chiesa. E di tutti i colori possibili, è rossa. La chiamano Chiesa Rossa, e la gente del posto ha la sua spiegazione ragionevole, il colore delle murature. Ma ne ha anche una seconda, più antica e più difficile da togliersi di dosso, per cui quel rosso è il sangue degli innocenti versato lì sopra. È una credenza, niente di più, e come credenza va presa. Però prova a salire verso sera, quando la luce se ne va e restano solo quei muri rossi stagliati contro il cielo, e guarda quale delle due spiegazioni ti resta in testa mentre scendi a valle.
Anche Dante lo mise nel sangue
E non finisce coi muri. Perché lo stesso rosso lo ritrovi nella poesia più alta che abbiamo. Dante colloca Ezzelino all’Inferno, nel canto dodicesimo, tra i violenti contro il prossimo, immerso fino agli occhi in un fiume di sangue bollente, il Flegetonte. È il centauro Nesso a indicarlo al poeta, e lo chiama col nome con cui lo conoscevano allora: “E quella fronte c’ha ‘l pel così nero, è Azzolino”. Fermati un attimo e l’immagine ti si chiude addosso. L’uomo che in vita fece scorrere il sangue fino a valle, che dopo la morte lascia dei muri rossi su una collina, e che per l’eternità un poeta tiene sommerso nel sangue fino agli occhi. Lo stesso identico rosso, dalla cronaca alla leggenda alla Divina Commedia.
Come si fabbrica un mostro
Attorno a lui, nei secoli, si è costruito il resto. La leggenda che fosse figlio del Diavolo, generato da una madre astrologa che, avendo intuito ciò che avrebbe fatto, non sorrise mai più. La tragedia che ne trasse Albertino Mussato. La frase del cronista Salimbene, per cui come Dio mandò al mondo San Francesco a somigliargli, il Diavolo mandò Ezzelino. Le cronache dei suoi nemici gli attribuiscono cinquantacinquemila morti, undicimila padovani bruciati in un colpo solo, e la fama di bere sangue umano e mangiare preti. Solo che qui va detta una cosa scomoda. Gran parte di quel sangue, forse, non è mai scorso. I vincitori guelfi, dopo averlo sconfitto, ne fecero una damnatio memoriae, e la storiografia seria oggi lo ridimensiona parecchio, restituendoci un politico lucido e per certi versi moderno, spietato quanto tutti i signori del suo secolo, ma non il demonio frenetico della leggenda. E c’è qualcosa di più inquietante del mostro, ed è vederlo assemblare, strato su strato, finché l’uomo che sta sotto non si vede più.
Un secolo e mezzo fa lo storico Carlo Leoni gli dedicò un’epigrafe che si chiude così, “mostro e tiranno, nella tua infamia, maledetto, vivrai immortale”. Aveva ragione, ma non nel senso che credeva. Ezzelino è immortale perché il suo sangue non lo abbiamo mai lasciato asciugare. Lo abbiamo ridipinto sui muri di una chiesa, versato nel fiume di Dante, moltiplicato per cinquantacinquemila nelle cronache dei suoi nemici. Ogni secolo lo tira fuori e glielo rimette addosso. E se un giorno sali sul Colle Castellaro e ti fermi davanti a quei muri rossi, sappi che stai guardando soltanto l’ultimo strato. Per ora.
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